Fenomenologia dei #nonni a fare la spesa

ATTENZIONE: questo articolo non parla di consumatori maturi, ma di una categoria così speciale che merita un cluster a parte: i nonni.
I nonni (inteso sempre al plurale, come entità singole non esistono) sono persone che fanno della stabilità la loro natura. Non proprio una sorpresa, considerando che condividono lo stesso letto, amano la stessa persona, possiedono le stesse camicie e hanno lo stesso tappeto incastrato sotto le gambe del divano  da un’era prima che nascesse internet.
Ogni modifica dello status quo (che sia la grafica sulla confezione dell’ammorbidente o lo spostamento del reparto frigo) viene vista come un assalto personale nei confronti di quelli che, dopo aver passato buona parte della vita a fare i conti con gli altri, ora hanno il diritto (sancito dalla Costituzione) di costringere un po’ gli altri a fare i conti con loro.
Chi potrebbe mai dire ai #nonni che c’è un detersivo più efficace dell’aceto per lavare i piatti, che sono troppo lenti in corsia, che forse sarebbe meglio che usassero il carrellino piccolo, invece di investire, far cadere, amputare con quello grande: hanno sempre fatto così, e così sarà per sempre.
La loro ridotta mobilità è ampiamente compensata da una agilità ipertrofica degli organi di fonazione: per loro un “come sta oggi, Signora” non è solo un cenno di cortesia, ma una specifica richiesta di un elenco dettagliato delle evoluzioni delle diverse patologie che riguardano il proprio corpo. Oltre che delle prestazioni accademiche e lavorative dei loro diretti discendenti. La spesa, per loro, è un momento di socialità più che di rifornimento.
Se è poco simpatico trovarseli davanti sulla provinciale, è meglio ancora non trovarseli davanti in fila alla cassa.
Se chiesto con educazione, possono anche far passare il giovanotto con un paio di fette di prosciutto sotto il braccio, o la madre indaffarata con due bambini al seguito.
Per tutti gli altri, non c’è nulla da fare: quel carrello così grande e così pieno verrà vuotato sul nastro trasportatore con la stessa lentezza che lo ha riempito.
Prima di concludere la transazione ci sarà un bel po’ da discutere sul corretto ammontare dei bollini ricevuti rispetto a quelli attesi (o a rispetto a quelli che consegna “l’altro supermercato”), oltre ai soliti problemini per trovare il bancomat, il pin, o, ancora peggio, i centesimini.
E poi, una volta finito, ci sarà il lui che dovrà mostrare al mondo intero, ma soprattutto a se stesso (perché il mondo intero vorrebbe fare altro) che alla sua età quelli come lui sanno darsi ancora un bel da fare a gigioneggiare con le ragazzine fresche di diploma.
Tornando al trademarketing, i loro cuori li si conquista facilmente, perché sono fatti della stessa sostanza che gli scorre nel sangue: saccarosio puro: è per loro, più che per i bambini, che vale ancora la pena di mettere distributori di dolciumi alla cassa.
“Uh, ma è per i nipotini”, si difendono di solito, anche se tutti sanno che in realtà ai nipoti viene pagato solo un dazio minimo, equivalente a circa 1/10 del totale dei dolciumi acquistato.
Tutto il resto va a loro, e solo a loro, contribuendo alla meraviglia di parenti e medici, quando dopo settimane di pillole e dieta, non riusciranno a capire come sia possibile avere ancora una glicemia così alta.
Ma va bene così, lasciamoglielo fare. Se lo sono meritato.