La fenomenologia dell’affare

Premessa: un affare è qualcosa che si fa.
Non si subisce, non si propone, non si riceve un affare.
Un affare lo si fa. Attivamente. In prima persona. E poi lo si va a dire. Solo quando lo dici, quello è un affare.

Sei capitato per caso in un buco di negozio che aveva una versione dieci volte più vecchia di un oggetto che volevi, a metà prezzo?
Hai comprato un oggetto.
Lo dici a tuo cugino?
Hai fatto un AFFARE.

Sei riuscito ad accaparrarti l’ultima giacenza di quel prodotto che è capace di creare più problemi di quanti non ne risolva, e costa mezzo stipendio?
Hai fatto una cretinata.
Lo dici a tua moglie?
Hai fatto un affare.
Tu, certo come no, l’hai fatto; non l’ha fatto quello che ti ha sbolognato il rimasuglio di magazzino con la scatola mordicchiata da topi ormai morti da due generazioni. No, proprio no.
Tu.
Poi, magari, il tuo affare si rivela essere un bidone che nessuno voleva, e non valeva nemmeno la metà di quello che hai speso? Non conta: quello che conta è che era scontato. E la legge dell’affare recita che dato un oggetto che costa X e vale Y, scontalo a X-1 e il valore percepito salirà a Y*2.

L’affare non è un oggetto, non è nemmeno una transazione. L’affare è il momento magico in cui riusciamo a vantarci con qualcuno del fatto che l’abbiamo fatto. Prima di vocalizzarlo, non esiste l’affare. Dopo vocalizzato, non conta più.

Quello che conta è che, nello spazio in cui riusciamo a mostrare il nostro acquisto ancora ricoperto dalla nebbiolina magica che ci impedisce di vederne i difetti, qualcuno ci stia a sentire.

La teoria dell’affare è monodirezionale: è un concetto che esprime una relazione a senso unico. Ma in una vendita, non ci possono essere due persone che hanno fatto un affare. A meno che una delle due non stia mentendo.

E siccome di commercianti scemi che vendono roba sottoprezzo ne sono pieni i libri fallimentari dei tribunali, di solito se credi di essere tu ad aver fatto l’affare, quello che è accaduto… è l’esatto contrario.