Natale

Migratori o stanziali: e tu che Natale sei?

Ogni anno la stessa storia.
Natale da me, Natale da voi, Natale dai tuoi.

L’umanità intera gioca – prima ancora che con  i regali – a cambiare posto.
Ma alla fine, sotto sotto, in fondo in fondo, quello che fa la differenza è questo: ci sono i migratori, e ci sono gli stanziali.

Tutto qui.

Chi migra si divide poi in altre tre sub-categorie: con un parallelo animale vediamo di qua le foche, di là le oche e in mezzo i lemuri. Tre specifici migranti accomunati dal viaggio in cerca di freddo, caldo, famiglia.

Le prime hanno bisogno di freddo, cercano la neve, il vin brulé e i dopo-sci: sono quelli che ogni 23 Dicembre preparano vestiti di lana come per una spedizione artica, caricano il baule di pappe e passeggini, incastrano gli sci nel portapacchi, infilano l’autostrada e… ci restano. Perché in troppi hanno avuto la stessa idea.
I pochi fortunati che riusciranno a mettere un piede sulla neve (senza finire in ospedale con il femore in tre parti al primo tornante) saranno rinfrancati dal cotechino con lenticchie più secco, insipido e costoso della loro vita, il tutto condito da trenini samba e infinite Macarene.

Le oche invece cercano il caldo, la sabbia che scotta, gli ombrellini di carta nei drink brutti dei villaggi vacanza all-inclusive. Raggiungeranno i loro lidi in volo alla ricerca di un’abbronzatura che al loro ritorno farà schiattare i “poveri colleghi poveri” rimasti in città. Mangeranno tutti male, berranno peggio, spenderanno ore a rimpiangere di essere partiti e saranno coinvolti in giochi di gruppo con cinquantenni liftate e sessantenni tatuati. E poi torneranno a casa scottati, sulla pelle e nel profondo.

E infine i lemuri: chi ogni Natale parte da Londra, Sidney, Oslo e Grumello Telgate per scendere verso casa, abbracciare la famiglia, rivedere il paesello e ricordarsi di quando era tutta campagna, bere un caffè come si deve (che nel loro nord se lo sognano). Passeranno ore in attesa di voli in ritardo, giorni a farsi rimpinzare come tacchini per il Thanksgiving, fino a ricordarsi perché se ne erano andati.

 

Meglio restare a casa, dunque, no?
Provate a dirlo a uno stanziale.

A lui che ogni santissimo Natale, con la scusa che ha il seminterrato più grande di tutti e un macellaio di fiducia si trova a dover gestire più coperti lui di un conclave, inondato com’è di parenti, amici, conoscenti, vicini e di certo qualche sconosciuto.

Sarà ogni giorno il primo ad alzarsi, per preparare tutto.

Sarà ogni giorno l’ultimo ad andare a dormire, per ripulire i resti dell’invasione. E mangerà avanzi fino a Pasqua, come minimo.

E sarà impegnato a scovare tutti i bicchierini di plastica che i suoi simpatici ospiti gli hanno nascosto tra gli scaffali fino a giugno, come minimo.

Per questo Natale, dunque, non importa che tu sia migrante o uno stanziale: per ognuno del primo gruppo, ce n’è uno del secondo che lo ospiterà. Dopotutto è questo il valore vero del Natale, incontrarsi per scambiare auguri, tra pacchi di calzini riciclati.