Cambiare: disposizione, abitudini e schemi neurali

Cambiare la disposizione dei prodotti in un punto vendita genera fastidio.

Oggi ci chiediamo perché e lo facciamo guardandoci dentro, tra le sinapsi, provando a capire perché la minima delle variazioni riesca a provocare tanto disturbo.

 

Del nostro cervello e del suo funzionamento sappiamo ancora pochino, ma se c’è una cosa che ci hanno insegnato le neuroscienze di oggi è che fra tutti i nostri organi, il cervello è uno tra i più plasmabili, in grado cioè di modificarsi nel corso del tempo come risposta a stimoli specifici. Non a caso gli scienziati lo definiscono plastico.

Mentre la vecchia scuola lo voleva immutabile, lo credeva fisso, statico, figlio di predisposizione e DNA, le nuove scoperte in ambito neurologico hanno dimostrato che il ragazzo non solo è un tipo dinamico e parecchio influenzabile ma che è perfino capace di influenzarsi da solo fino al punto di riprogrammarsi.

Eppure ognuno di noi sa che tende a ripetere gli stessi errori e cade spesso nelle medesime trappole, il che configura una tendenza più statica che dinamica, giusto?

Il fatto è che le neuroscienze ci dicono da un lato che il ragazzo è dinamico, dall’altro che funziona ripetendo sempre gli stessi schemi, che diffida dalle novità e che alla strada nuova preferisce comunque la vecchia, perché già battuta, perché sicura, perché facile.

Ed è così: se il cervello, dinamico per potenzialità, tende invece alla staticità, è solo perché – come sulle pagelle delle medie –  il ragazzo è dotato ma non si applica. Esatto: ha i talenti (la capacità di adattarsi, plasmarsi e riprogrammarsi), ma non li usa.

Ed ecco che allora ci troviamo in un supermercato.

Abbiamo poco tempo, tante cose da comprare, vedere, registrare. Svoltiamo nella corsia dei biscotti e il pilota automatico ci porta verso lo scaffale di sempre solo che sullo scaffale di sempre manca il prodotto che credevamo di trovare, quello che il nostro server neurale aveva memorizzato in una posizione specifica.

Lo cerchiamo nel ripiano più in alto, in quello più in basso, a destra, a sinistra. Finché:

  1. lo vediamo;
  2. ne vediamo un altro e a questo punto scegliamo se rinunciare ai biscotti o provare l’azzardo.

In entrambi i casi, la chimica dell’emozione negativa è già in circolo e i suoi effetti ci accompagneranno per un po’.

Quanto? Dipende da noi e dal nostro livello di consapevolezza.

Joe Dispenza nel suo “Cambia l’abitudine di essere te stesso” racconta come tutto il nostro benessere (e il suo contrario) nasca dalle emozioni. E quando diciamo tutto, intendiamo proprio tutto: umore, temperamento, carattere non sono altro se non il frutto di emozioni reiterate e delle relative reazioni chimiche del nostro cervello.

Dispenza fa un esempio circa uno specifico tipo di caffè e racconta che non trovarlo nel solito bar può portarci a un’emozione negativa che poi ci resterà appiccicata dal caffè fino in ufficio e dall’ufficio alla sala riunioni, modificando il nostro umore. Se poi l’umore persiste fino a sera, fino ai giorni seguenti, diventa “temperamento”. Se il temperamento si consolida diventa “carattere”.

 

Ecco perché non trovare un prodotto al suo posto, ci provoca fastidio. Ed ecco perché quando siamo di qua dalla barriera, seduti intorno alle nostre tavole rotonde per decidere se e cosa cambiare nel layout dei nostri prodotti, dovremmo sempre tenere in considerazione che anche solo spostando un oggetto, modificheremo un pattern/schema. E che quello spostamento potrebbe generare emozioni. Ma non sempre positive.