Halloween nell’immaginario europeo – cosa scatta?

La paura più grande di Halloween è…
… non festeggiarlo.

La “festa dei morti”, contrariamente a quello che pensano i più piccoli, non è una invenzione americana. Per due motivi: gli americani non hanno inventato i morti, e la stragrande maggioranza delle culture sulla terra possiede una propria ricorrenza annuale per il ricordo di chi non c’è più.
Quello che è americano, invece, è un particolare tipo di festeggiamento, che prevede l’interazione sociale una volta calato il sole (sia i più grandi che i più piccoli, con il loro adorabile scherzetto o dolcetto), zucche intagliate e travestimenti macabri.

Senza soffermarci troppo sugli aspetti antropologici del festeggiare chi non c’è più, la domanda da farci è: perché il “modo Americano” di festeggiare i morti ha preso piede in Italia, con una forza e un impatto che pochi avrebbero creduto possibili fino a pochi anni fa?
Se la tradizione italiana pullula, infatti, di rituali legati ai morti, il trait d’union che accomuna i nostri festeggiamenti è proprio la sobrietà: per via dell’influsso religioso che ha sempre visto il 2 Novembre come un giorno mesto, ma anche per la diversa concezione del nostro rapporto con i defunti (i nostri cimiteri, ad esempio, sono fuori città. I loro in alcuni casi anche sotto casa). E così per tutte le altre nazioni.

Come ha fatto a prendere piede una festa così chiassosa nel nostro repertorio di messe funebri?

La risposta a questa domanda è semplice: con l’avvento della tecnologia, le sfere sociali e comunicative delle persone si sono espanse oltre i confini fisici della realtà del faccia a faccia. Il cinema prima, la televisione poi, la letteratura, e infine il mondo digitale hanno contribuito a introdurre a grosse iniezioni Halloween nell’immaginario collettivo, liberando una domanda che prima non c’era.
Vista la domanda, dopo i tempi tecnici del marketing, è corsa ai ripari l’offerta sempre più globalizzata: i grandi marchi dell’industria dolciaria sono multinazionali con gambe da entrambi i lati dell’Atlantico, e una volta innescato il circolo del consumo, ecco spuntare uno dei più grandi catalizzatori della mente umana a moltiplicare della partecipazione di dieci volte all’anno.

La vera paura che è più spaventosa di tutte le maschere spaventose messe insieme è infatti NON festeggiare.

Gli inglesi hanno un termine per descrivere la sindrome di chi ha paura di essere tagliato fuori, ed è:

FOMO – Fear of missing out, cioè il terrore di essere lasciati indietro (o fuori).

FOMO – una tipologia di disturbo sempre più diffuso, oggi – è categorizzabile tra le ansie sociali, e in particolare è lo stato apprensivo legato al rischio di non ricevere una gratificazione emotiva per un’esperienza in cui si è assente, e che potremmo pentirci di non avere vissuto.

Se cento persone su mille festeggiano qualcosa, novecento rimpiangeranno in vari modi e a vari gradi di non averlo fatto (casi limite esclusi).  

Se mille persone festeggiano qualcosa, diecimila, l’anno dopo, vorranno provarci.

Nel frattempo, qualche trade più avanti degli altri ha iniziato a organizzarsi per tempo, con i dolci giusti, nelle confezioni giuste, tra gli espositori giusti.
Ed eccoci qui.

Ci sarà chi se ne lamenterà, perché non è una nostra tradizione, non è la nostra cultura.
Ma la tradizione e la cultura non sono immobili, sono dinamiche per definizione.
È la velocità di questi cambiamenti che negli ultimi decenni è cresciuta così tanto da farceli sembrare “innaturali”.
Ecco spiegato perché, tra streghe e diavoli, anche noi quest’anno penseremo ai morti con qualche giorno di anticipo.