Il cervello è complicato?

Il meccanismo degli schemi cerebrali “Il cervello è complicato?”

 

Rispondiamo subito alla domanda: sì.

Scemo chi dice il contrario.

Però… c’è un però.

Quando diciamo che il cervello è complicato ci riferiamo al fatto che è molto piccolo, molto delicato (non si può esattamente premere i bottoni a caso e “vedere l’effetto che fa”, anche se buona parte delle neuroscienze fa qualcosa di simile), con delle meccaniche di funzionamento invisibili agli occhi. Dire che il cervello sia complicato non vuol dire allora che sia complicato in sé (di quello se ne occupano i signori in camice), ma che ne sappiamo poco: è quello che gli inglesi chiamano una black box: una scatola nera.

Sappiamo cosa entra nella scatola (impulsi elettrici), sappiamo cosa ne esce (altri impulsi elettrici, ma modificati) ma quello che succede in mezzo (cioè come tutto viene esattamente viene processato, conservato, rimodulato) è – e resterà – per molti anni ancora un mistero insolubile.

E allora, ci arrendiamo?

No. Non abbiamo bisogno di conoscere tutto sui meccanismi che regolano l’universo per far alzare un aereo in volo da Milano a Londra. Ci basta avere abbastanza informazioni perché tutti i passeggeri da Milano a Londra arrivino in salute. Le nostre conoscenze “esatte” sul meccanismo generale sono ancora acerbe, ma siccome il cervello è quell’organo meraviglioso capace di studiare se stesso, non ci servono i risultati di una Tac per avere una conoscenza approssimata, derivata, magari poco realistica, ma abbastanza per fornirci degli strumenti funzionali alla sua comprensione.

Il cervello è un processore potentissimo, capace di ricevere, filtrare e processare una quantità esagerata di informazioni. Ma nel suo essere cosciente del mondo che circonda il suo guscio protettivo, riceve una quantità ancora più sterminata di informazioni. Tante. Troppe. Così tante che a processarle tutte impazzirebbe (e dunque impazziremmo).

Ed ecco perché non tenta di comprenderle tutte, ma solo il minimo necessario ad assicurare al corpo che lo ospita la sopravvivenza (e qualche altra cosa appresso).

Ecco perché ama l’abitudine.

Ama le cose che si ripetono.

Ama i pattern.

Ama le cose che può riconoscere velocemente, liberando così risorse per andare avanti a fare altro.

L’evoluzione lo ha fatto evolvere in questo senso: garantendogli la capacità di filtrare con la massima efficacia le cose utili dal rumore di sottofondo, il sufficiente per garantirgli un vantaggio competitivo in un ambiente ostile.

Ecco spiegato perché un piccolo spostamento delle nostre abitudini acquista un peso così enorme, al limite del fastidioso.

E questo è un dettaglio che nessun trade dovrebbe dimenticare mai: si può spostare (scaffale, esposizione, prodotti) per catturare l’attenzione – e ci sono casi in cui è utile farlo. Ma attenzione a spostare troppo e troppo spesso: il rischio è solo quello di creare fastidio, aggiungendo rumore ad altro rumore, e mandando fuori giri la macchina così delicata che ci portiamo tra le tempie.

Uno stratagemma utile?

Arriva dalle neuroscienze, e ha a che fare con quel pezzetto di carta che i clienti tengono appiccicati ai loro carrelli, dopo aver litigato con i loro mariti / mogli su chi dovesse compilarlo e come.

Lo scopriremo insieme la settimana prossima.