Il gusto: un piacere (e un marketing) tutto cerebrale

 

Eccoci al nostro consueto appuntamento con Emotions Drivers e il senso del gusto.

In uno studio pubblicato sulla celebre rivista scientifica Nature, un team di scienziati americani guidati da Charles S. Zuker (un nomen omen che è tutto un programma), professore di biochimica e biofisica molecolare, nonché di neuroscienze, ci racconta di quanto sia determinante il cervello nella nostra percezione dei sapori.

È vero, sì, che la lingua “assorbe” i sapori fondamentali, ma non è in quel momento e soprattutto non è sulla lingua che percepiamo e, soprattutto, valutiamo i sapori.

Tutto questo avviene nel cervello, in specifici gruppi di cellule presenti nella nostra corteccia.

La cosa più interessante non è il percepire un determinato gusto piuttosto che un altro: il vero “lavoro” che fa il cervello è quello di valutare il sapore, trovandolo piacevole o meno, creando quel miscuglio di sensazioni percettive che fondano il nostro giudizio e che ci rendono felici e soddisfatti o meno a seconda di cosa stiamo mangiando.

La lingua, insomma (ma solo in questo caso e con questo specifico significato), è solo un mezzo.

Mentre da un lato ci dicono che «il sapore della frutta e verdura è peggiorato» (La Stampa, 6 maggio 2018) noi abbiamo sempre più appetito, e vogliamo mangiare bene. La scelta delle famiglie italiane cade sui ristoranti, con una spesa di oltre 83 miliardi di euro, un dato in crescita del 3% rispetto all’anno precedente.

Esistono numerose aziende che si occupano del marketing dentro e fuori i luoghi di ristorazione: immaginate di essere vicini alla vostra pausa pranzo, aprite un app come quella di The Fork o girate sui social o su Google, e vi trovate di fronte a una serie di bar o ristoranti papabili per il vostro pranzetto veloce. Scorrete tra le foto del ristorante e su cosa vi soffermate?

La foto di un panino stracolmo di cibo bollente e saporito. Un collega sbircia il vostro smartphone e pensa che no, non si può permettere quel panino, perché lui è a dieta. Mentre scorrete tra le foto – bingo! – viene fuori che in quel posto servono anche delle insalate decisamente invitanti.

Il marketing si è evoluto in tal senso con l’avvento del digitale: non è più centrato solo sul luogo fisico dove si consuma il cibo, che resta comunque importante – celebre la frase dello chef Massimo Bottura: «Una sala può salvare un piatto» – ma è capace di diffondersi su diversi canali affinché il cliente arrivi a destinazione anche quando, fino a due minuti prima, non conosceva neppure l’esistenza di un determinato ristorante.

Immortale resta la strategia della fettina di prosciutto rosata e invitante sulla confezione (ovviamente migliore rispetto al contenuto) o delle ricette raffigurate rigorosamente in alta qualità dietro alle confezioni di pasta, che mostrano piatti fumanti preparati di solito da chef veri e propri e che voi forse neppure riuscirete (o per mancanza di tempo o di voglia o di capacità) a realizzare. Ve ne dimenticherete e ripiegherete sul classico sugo pronto, ma intanto un bel: «Quasi quasi me la preparo io, stasera, questa bontà» vi è scappato, e quella marca di pasta e proprio quella è finita nel vostro carrello della spesa.

La colpa è del nostro cervello? E noi cosa abbiamo detto in apertura?