Musica in store: in medio stat virtus

Abbiamo visto che il troppo stroppia. La musica troppo alta non fa bene. Né a chi acquista né a chi lavora (DJ e camionisti con un tragitto transeuropeo a parte).

Nicola Piovani, compositore e artista musicale che ci ha donato alcune delle più belle note della musica italiana contemporanea, ha ammonito l’eccessivo utilizzo della musica in store. Detta da un personaggio quasi “mistico” (“La musica può far male” è una sua citazione) è una dichiarazione che potrebbe lasciare il tempo che trova. Il marketing è un’altra cosa. Ma anche Nicola Piovani va a fare la spesa, a Monteverde, quartiere storico di Roma che, tra l’altro, ha dato i natali a Pasolini.

Musica da abolire, dunque?

Un esperimento interessante, in tal senso, è stato portato avanti a Ferrara, in una cosiddetta “camera anecoica”. Pareti rivestite di non-si-capisce-bene-cosa e silenzio assoluto. Risultato? La gente che vi è entrata ne è uscita spaventata. Motivo? In quel silenzio assoluto, difficile da trovare in natura persino nelle campagne più isolate o sulle vette più alte di montagna, era ed è possibile udire un brusio elettrico, soltanto quello. Ovvero l’elettricità emessa dal nostro cervello.

In medio stat virtus, probabilmente. La virtù sta nel mezzo.

Si tratta di utilizzare il volume perfetto, i giusti bpm (battute per minuto), poiché una musica troppo “veloce”, in store, rischia di trasmettere un senso di fretta o eccessiva frenesia, mentre una musica lenta rilassa e trasmette l’idea di una concessione del tempo che tutti desideriamo quando entriamo in un grande o piccolo negozio. Ma è anche una questione di abbinamento: vi immaginate a scegliere un gioiello con un po’ di tekno in sottofondo?

Per “lavorare” con la musica (perché di questo si tratta), la musica bisogna anzitutto conoscerla. La “radio in store” (uno dei termini coniati per indicare l’utilizzo della musica all’interno dei punti vendita) dovrebbe essere affidata a 1) Persone che di musica ne capiscono davvero, stessero pure vendendo aspirapolveri, oppure 2) Persone esperte di sound branding e neuromarketing musicale.

Ecco spiegata la nascita delle custom radio in store, radio personalizzabili per facilitare il compito e servizi di consulenza in sound branding per evitare di proporre Califano in un negozio che vende abiti liturgici.

La “virtus” in questo caso è la personalizzazione, l’adattamento a un’idea, quella del brand. Un brand che per sua natura è famelico, ma che con la musica può diventare irresistibile. Un modo per “farsi riconoscere” (in senso buono) sfruttando al meglio l’elemento musicale. Decibel, bpm e soprattutto target (la musica e le emozioni sono personali, ricordiamocelo).

Un’alternativa, nel caso conosceste solo Fedez? I suoni naturali. Sono stati studiati, registrati, a volte riprodotti con un sintetizzatore. Parliamo di un accompagnamento musicale senza le sette note, solo e soltanto nutrito dai suoni della natura.

Musica che non è musica (ma che in realtà continua a esserlo). Un vecchio trucco da volponi del marketing? Fosse il primo, signori miei…