Musica in store

Il viaggio di TEF intorno ai sensi dell’homo sensorium* continua e arriva all’orecchio insieme ai motivetti di questa caldissima estate. Dopo i colori che catturano lo sguardo e i profumi che solleticano il naso, è il momento di pensare a quando un rumore si unisce a un altro, diventa musica e produce emozioni. Come sempre, il punto di vista è quello del trade, e le nota sulle quali sintonizzarci sono quelle che toccano la chimica e guidano le vendite. 

Gli #antichigreci la chiamavano l’arte delle muse, dal termine μουσική (musikè) più τέχνη (tèchné). 

Un suono da solo è un suono punto e stop ma quando si unisce a un altro diventa una successione, prende una struttura e dà vita a un insieme con un significato.

Un rumore nella notte mette i sensi all’erta. Due colpi di campanello annunciano il postino. Tre note danno un jingle e certi jingle richiamano immagini specifiche: il ricordo di un’estate al mare, il profumo di un espresso, la meraviglia del primo amore, le merendine da mangiare a ricreazione.

La musica accompagna l’essere umano e quindi il marketing da sempre perché è emozione, sorpresa, memoria, riconoscimento, identificazione e fidelizzazione. Se prima di Shazam, per riconoscere il brano, ci serviva l’orecchio di un esperto, dal suo arrivo ci basta un clic.

Come ha dimostrato la psicologia, la musica esalta le sensazioni e migliora l’umore più in fretta di quanto non faccia il resveratrolo di un bicchiere di vino.

Alcune sinfonie specifiche sono in grado di attivare reazioni altrettanto specifiche: come il Flauto magico di Mozart, capace di produrre e sintonizzarsi su frequenze taumaturgiche, o i tormentoni estivi che per le prime due settimane ci fanno battere il piedino e poi scuotere la testa.

Sentiamo i Rolling Stones urlare I can get no satisfaction e ci sentiamo più forti e spavaldi. Passa A lala long e siamo subito più allegri. Per diventare immediatamente tristi non serve un requiem, basta che arrivi in radio (o in podcast) qualcuno che a noi non piace (ma ai teen da morire) e ci viene da piangere.

La musica in store influenza l’umore e coinvolge tutti: da chi lavora dietro le quinte, tra gli scaffali, in cassa e sulla linea, alle nostre buyer persona.

Uno studio della Bocconi (e parliamo di gente che di numeri ne sa un sacco) ha dimostrato che le vendite in store possono aumentare dal 2 al 10% se “motivate” da un sottofondo musicale. In un’epoca in cui le vendite discografiche su supporto fisico non sono di certo all’apice (vintage e collezionismo a parte), la musica si conferma protagonista quando si tratta di acquisti, magari di altro.

Avere della musica in store significa poter contare su una colonna sonora ad hoc (tra l’altro riconducibile in futuro, per associazione emotiva, allo stesso brand che la utilizza) per l’acquirente e la situazione in cui si trova; una motivazione in più, di grande impatto emotivo.

E se aumenta la motivazione in negozio, aumenta anche il senso di potere (di acquisto) e la voglia di dimostrare tale potere.

Ma occhio al volume! Tra le caratteristiche della musica ideale per le vendite sciorinate da chi ha studiato sound branding, c’è la discrezione: il volume non deve essere troppo alto. Una “buona abitudine” riconosciuta anche in campo discografico e non da poco tempo: all’alba della loro carriera, i Dire Straits suonavano mantenendo di proposito un volume relativamente basso, così da permettere alle persone di interagire tra loro.

Nietzsche diceva che senza musica, la vita sarebbe un errore.

La storia delle nostre vite (e dei nostri acquisti in store) ce lo conferma.