Acquisti online versus negozi fisici: dove vanno le nostre preferenze?

Dove vanno le nostre preferenze?

Proviamo a fare un parallelo e a rilanciare con un’altra domanda: “Faremmo sesso virtuale con qualcuno che abbiamo conosciuto online?”

Se la domanda fosse rivolta a me, reagirei in modo diverso a seconda dell’inquirente:

  1. se a chiederlo fosse la mia maestra delle Orsoline, considerando che è morta da più di un anno, chiamerei subito il 911 in cerca di un TSO; ma – se ancora fosse in mezzo a noi, e non solo sotto forma di spirito/senso di colpa, allora le risponderei socchiudendo gli occhi con moderazione senza aggiungere verbo “perché è così che si fa”;
  2. se a chiedermelo fosse la mia amica psicoterapeuta (che in quanto amica, non è chiaramente la mia terapista), le chiederei il perché di siffatto quesito;
  3. se, infine, questa domanda mi fosse stata posta da un docente intervistato per theemotionsfactory (cosa che non è affatto accaduta, obviously) sappiate che mai e poi mai l’avrei riportata su questi schermi.

Poiché invece – come certificato dalla premessa – trattasi solo di un parallelo, prendiamolo come “là” e proviamo a capire dove ci porta. A quali riflessioni, a quali spunti.

L’insieme di emozioni e azioni che corrispondono al termine sesso (che qui intendiamo come attività e non genere), fatta la dovuta eccezione per gusti che non staremo qui a elencare, viene facilitato dalla reciproca conoscenza. Non sempre, okay, perché i colpi di fulmine capitano, così come quelli di testa, nonché derrière. E tali eventi possono certo condurre a esperienze più che soddisfacenti ma è innegabile che la pratica aiuta.

Da un lato fare acquisti online è comodo.

Anche l’autoerotismo lo è. Non a caso Woody Allen diceva “Non condannate la masturbazione. È fare del sesso con qualcuno che stimate veramente”.

Ed è veloce (vedi sopra).

Ma, e di nuovo, fatte salve le dovute eccezioni, un acquisto online non è paragonabile a un’esperienza dal vivo.

In che senso?

Nel senso che sono topic diversi, come diversi sono i contesti.

Generalizzando al massimo, possiamo distinguere i contesti in base alle categorie merceologiche:

  1. prodotti di largo consumo (leggi: la spesa);
  2. accessori fashion (dal cappello, al guardaroba);
  3. arredi e gingilli per la casa;
  4. elettronica di consumo;
  5. libri e altre rarissime amenità vintage.

Aumentando lo spettro di generalizzazione fino a includere la galassia conosciuta, prevalentemente compro online se:

A) ho fretta;

B) piove e non ho voglia di uscire;

C) mi serve un prodotto specifico (di cui ho marca, modello, codice di riferimento e fascia di prezzo) che non ha bisogno di essere provato;

D) il mio “bisogno” è legato all’acquisto immediato, quanto più rapido possibile, non a ciò che lo precede;

E) il mio bisogno è stato disatteso, mal interpretato quando non mandato al diavolo da un tentativo in un negozio fisico.

Viceversa, i motivi per entrare dal vivo in un punto vendita sono più legati a un concetto di esperienza e di svago. Di una fetta di tempo che decido di ritagliarmi per fare qualcosa che mi faccia sentire bene.

Ecco perché il punto E è tanto rilevante per il trade: se entro in un negozio e devo inseguire il personale per avere un’informazione che alla fine non ho, è facile che io mi rivolga al web o che – comunque – cambi idea sul mio bisogno di acquisto. In altre parole, può essere che mi passi la voglia.

Mediamo, genti del trade, meditiamo.

E poi vediamo anche di mettere in pratica il luminoso frutto delle nostre elucubrazioni.