I cambiamenti dell’essere umano: davvero?

Ogni mattina un milanese, un uzbeko e un giamaicano si svegliano, si lavano, si vestono, escono di casa, ed entrano in uno Starbucks.

No, non è una barzelletta.

È la normalità di ogni giorno, nel 2019, in buona parte del mondo occidentale.

A pranzo? Da McDonald. In Giappone, a Siracusa, in Oregon.

Cena? Sushi. Sì, anche a San Pietroburgo.

Sono in Spagna ed entro da Eataly. Sono a Roma ed entro da Zara.

Questo fenomeno va sotto il nome di globalizzazione: persone diverse, in posti diversissimi, che fanno cose simili. Questo è il grande motore che ha rivoluzionato l’occidente negli ultimi novant’anni: si parla la stessa lingua a Berlino come in Sud America (o perlomeno ci si capisce a furia di Yes e No), si masticano gli stessi croissant a colazione, si guidano auto prodotte a centinaia di migliaia di chilometri dalle strade che percorreranno.

Ma è davvero un cambiamento?

È davvero una rottura così netta rispetto ai restanti diecimila anni di evoluzione umana?

Facciamo un esempio.

Roma, al tempo di Cesare Augusto. Convergono popoli da tutto il mondo allora conosciuto. Alcuni come schiavi, altri come intermediari politici. Le persone vivono in palazzi grandi quanto le nostre case, condomini o ville, e non è difficile trovare in tre metri dieci etnie.

Venezia, 1600. Sulle tavole dei reggenti, il pesce viene condito con una spezia giallastra prodotta dall’altro capo esatto del mondo. Per arrivare in Laguna, ogni singolo granello di spezia è passato in decine di casse, su centinaia di spalle, sulla prua di molte navi, e la schiena di molti cammelli.

Bologna, oggi: sotto un portico qualsiasi, uno studente universitario di una parte qualsiasi del mondo fuma una sigaretta nella pausa delle lezioni con un altro studente universitario di una parte qualsiasi del mondo.  

A Prato, Italia, la comunità Cinese. A Napoli quella Senegalese. Sul lago di Garda gli olandesi, a Leicester gli italiani.

Non è cambiato, insomma, così molto. Gli esseri umani sono animali, dopotutto, e come tali non bastano i confini stabiliti su qualche tavolino a tenerli di qua o di là da una linea immaginaria. Si muovono quando sentono la necessità, dove sentono la motivazione.

Se qualcosa è cambiato, in questi anni, non è la posizione dei corpi, ma quello delle informazioni: la ricetta per scremare il cappuccino arriva da Bangkok a New Orleans in 50 millisecondi, attraversando un cavo in fibra ottica steso sul fondale dell’oceano. In altrettanto tempo, possiamo ammirare da Ancona una panoramica della Tour Eiffel, guardare da Vibo Valentia un video che è appena stato girato a Montreal, o conoscere i dati di vendita del più piccolo supermercato dell’Ohio, raggruppati per categorie merceologiche.

Quello che è cambiato sono le informazioni: le modalità con cui si spostano, e la velocità a cui lo fanno. Numeri: ne abbiamo a flussi di petabyte da gestire, manutenere, ordinare, a cui dare senso, e che possono aiutarci con il nostro mestiere.

Numeri, è di questo che parleremo a Dicembre.