Il focus group che vorrei

 Fin dalla sua introduzione negli anni ’40, il Focus Group è considerato da molti uno strumento indispensabile per testare, tastare (e tostare) idee e progetti.

Ma chi di noi ne ha mai organizzato uno, sa bene che – per una o due buone suggestioni alla volta – c’è dietro un gigantesco impegno di tempo e di pazienza. Non sempre ricambiato dai partecipanti e dai superiori.

Questo perché il Focus Group è una materia delicata, perché ha a che fare con le persone: un percorso a ostacoli tutto in salita, da cui si arriva a godere di un bel panorama solo a patto che ci sia una direzione esperta e le condizioni giuste.

Mica sempre accade.

Molto più spesso le cose vanno storte. I partecipanti sono assenti ingiustificati, si tratta sul costo di partecipazione (come fossimo al mercato del pesce), accenni di rissa, gente che esce in lacrime (ok, stiamo esagerando): chi ne organizza per mestiere sa di cosa stiamo parlando, e potremmo scriverne libri.

E quindi, lasciateci sognare: nel Focus Group che vorremmo…

– Le persone arrivano in orario.

Iniziare alle 9 significa che alle 9 tutti hanno già tolto i giacconi, preso il caffè, salutato, si sono presentati, hanno già dimenticato i nomi l’uno dell’altro e, soprattutto, quello che viene per flirtare ha già adocchiato le tipe con cui intende provarci, e non passerà il primo quarto d’ora di discussione a guardarsi intorno a bocca aperta per decidere se è meglio dare ragione alla bionda o alla rossa.

– Le persone sono interessate al prodotto o al progetto

E non solo al rimborso. Il Focus Group ideale è quello in cui le persone attendono il momento di avere qualcosa da dire, non quello in cui prendono la busta in mano e scappano via.

– C’è confronto, non scontro.

I bulletti capitano: anzi, sono la norma. Spesso chi viene invitato a fare parte di un FG come “semplice” consumatore, si sente in realtà un esperto in materia – qualunque materia – e non perderà occasione di dimostrarlo, a tutti i costi.

– C’è confronto, o almeno qualche parola.

Come in ogni FG c’è il chiacchierone, c’è pure quello che non parla. I perché possono essere infiniti: perché è timido, perché non gli va, o perché è intimorito dai nomi che sente. L’idea che dall’altra parte dello specchio (c’è qualcuno che lo usa ancora?) o della telecamera (più probabile) ci sia il CEO di Apple o il signor BMW in persona non è estranea alla mente di molti partecipanti, e fa paura. In ogni caso, da lui ci sarà poco da aspettarsi se non una opinione conforme a quella della maggioranza. Se solo sapesse, il timidone, che saremo noi e solo noi a sorbirci e sbobinare centinaia di minuti di conversazione… O se siamo fortunati, un nostro schiav… ehm, assistente.

– Le persone sono un campione rappresentativo della popolazione.

Non basta entrare in un bar e invitare le prime 8 persone sedute ai tavoli: dalla selezione dei partecipanti, dipende l’80% dei risultati. E nonostante un buon grado di approssimazione del campione, non sono rari i casi in cui parlando di povertà e disagio sociale, a una rapida occhiata i partecipanti poi risultano tutti orgogliosi proprietari di Iphone, e parlando di problemi intimi femminili, fossero stati invitati anche un buon numero di maschietti. Per rappresentanza.