il gusto dell'orrido applicato al trade

Il gusto dell’orrido applicato al trade marketing

Non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che è brutto. Esatto, avete letto proprio bene e la verità è che il gusto dell’orrido appartiene un po’ a tutti noi, inutile negarlo.

Anche se osserviamo con snobismo e disgusto un cibo guasto o lo annusiamo con infantile curiosità, poco cambia: il disastro, l’orrore, ci attrae.

La “bad reputation”, nel marketing, è qualcosa che difficilmente ci si toglie di dosso (i casi si contano sulle dita di una mano di un pubblicitario, quando non sono state mozzate o non è stata mozzata l’intera mano in seguito a una campagna fallimentare e controproducente).

Eppure… quel grottesco appeal per le cose sbagliate, venute male, sta crescendo sempre di più, anche grazie alla rete che dà spazio alle voci fuori dal coro, una rete che stabilisce, ancora una volta, un nuovo ordine di priorità.

Per dirla in due parole: nuovi trend.

I Razzie Award (gli Oscar al contrario, che premiano i peggiori film, i peggiori interpreti e i peggiori tra i peggiori del peggio più peggio che c’è) hanno contribuito a portare al successo “clandestino” decine di film talmente brutti da non riuscire proprio a passare inosservati. Il potere della serendipità pare se la stia giocando dall’alba dei tempi con quello dell’Onnipotente.

Nell’arte, poi, il senso del gusto oscilla quotidianamente tra un senso dell’estetica degno di un Caravaggio (con il volto di Alessio Boni, naturalmente) nell’atto di scoprire i giochi di luce e ombre, e il particolare piacere che prova il protagonista di Cosmetica del nemico (romanzo di Amélie Nothomb) nell’aprire e divorare una scatola di cibo per gatti.

I Razzie Award comunque non sono più l’unico vezzo pubblico a cui ci abbandoniamo per allargare i nostri orizzonti autolesionistici (e i portafogli di chi non sa produrre niente di buono).

Tra tendenze discutibili come le life blogger “socialmente impegnate” a visitare i peggiori alberghi del mondo con guida Tripadvisor alla mano, spicca The Worst Things For Sale, un blog piccolo e discreto nella forma ma abbastanza osceno nei contenuti.

È stato ideato nel 2012 (ed è ancora attivissimo) da Drew Fairweather, che presenta (vedere per credere) i peggiori prodotti, dal punto di vista del design e dell’utilità, presenti sul mercato.

Il peggio del peggio, messo in scena da Drew mentre sua moglie Natalie Dee, curiosamente, lavora a un altro blog parlando di prodotti per la bellezza e trucchi per apparire più belli. Una complicità “particolare” che fa da splendida pubblicità per l’antiquata istituzione del matrimonio.

In fondo, se vi dicessero che sotto casa vostra hanno parcheggiato la macchina più brutta del secolo, non vi alzereste da tavola per andarci a buttare un occhio (col rischio di farvi passare l’appetito)?

Certo, comprare è un’altra faccenda.

Quando si tratta di spendere soldi, la gente ci pensa due volte, ma a cosa pensa realmente ancora non lo sappiamo (del tutto), ma siamo sicuri che la bad reputation sia il male assoluto?

Mentre scienziati del marketing si affannano per rintracciare nuove, rivoluzionare idee per migliorare la reputazione dell’azienda per cui lavorano, fior fiore di (sotto)geni riescono a creare mirabolanti e disastrose campagne di marketing che contribuiscono a innalzare le vendite. Certo, non al livello di chi il proprio lavoro lo sa fare bene, ma, forse, un po’ meglio di chi lo avrebbe fatto così così.

Tra tutte le verità universali, una sola sta nel mezzo (e appartiene solo alla metà della popolazione mondiale). Tutte le altre sono sparpagliate qua e là. Ma in un mondo terrestre che va più veloce del big bang là fuori, giocare a rintracciare i segreti di un’ipotetica disciplina dal titolo “boga marketing” forse non porterà a niente.

A parte la soddisfazione di alimentare il nostro senso dell’orrido.